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  aggiornato il 6 Guigno, 2009

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Recentemente sono uscite alcune pubblicazioni sul mangiare nei conventi, sul mangiar sano, essi si rifanno ad un'altro tempo, quando i luoghi monastici erano ricchi di alimenti, difficili da trovare al di fuori. Le erbe e gli ortaggi venivano coltivati all’interno. Il cibo è utilizzato anche come elemento di scansione del tempo della settimana. In cucina si preparavano cibi semplici, oggi potremmo dire da casa, quotidiani. Oggi sembra di parlare di un'epoca ormai passata,superata, ma non è così, spesso la maggior parte di noi non sa neppure se esistono ancora, un caso è il nostro monastero di San Pietro, dove ben pochi dei modenesi sa che è benedettino, è per questo motivo che si è creata un paio di anni fa un'associazione promuovere la storia e la cultura, che è stata madre dell'Europa.

Così abbiamo organizzato alcune gite per visitare monasteri, ed abbiamo visto alcuni dove ancora si coltivano vigneti, farro, miele. In alcuni casi abbiamo mangiato all'interno, abbiamo visto le cucine monumentali, (un caso è Vallombrosa).

L'originalità della cucina dei conventi, è a partire soprattutto dalle regole di san Basilio, l'attenzione al mangiare è essenzialmente di carattere ascetico. Si valorizzano le cose genuine, è uno spirito positivo verso i beni della creazione, dunque i cibi sono fonte di benedizione. I monaci mangiano mentre un monaco legge le Scritture e in non più di 15 minuti: mangiare distrae infatti dallo scopo principale della loro vita, pregare. In Occidente è stato in particolar modo il monachesimo benedettino ad avere grandi meriti al riguardo. In primo luogo, si è preso cura delle materie prime. Non dimentichiamo i campi coltivati, le paludi bonificate, le granaglie e i semi selezionati con cura che, unitamente alla preghiera personale e comunitaria, hanno tradotto in pratica; “ora et labora". "Nella tradizione monastica occidentale detta legge una regola di san Benedetto: de mensura cibi, ovvero della misura del cibo". "Il cibo, in altre parole, deve essere ben confezionato, ben presentato, trattato con il profondo rispetto che richiedono i beni di Dio. Tutto, insomma, deve la bellezza e la bontà generate dalla semplicità e dalla misura, non dall'abbondanza o dallo sfarzo".

Credo che la gente apprezzi la grande tradizione conservata nei monasteri a garanzia della genuinità dei cibi, spesso ricette introvabili della grande tradizione gastronomica e della produzione genuina artigianale custoditi nei secoli dai grandi luoghi dello spirito, depositari anche di un patrimonio gastronomico spesso sconosciuto al di fuori degli ambiti più strettamente religiosi.

Questa grande tradizione è ancora presente, faccio alcuni esempi, il farro di Monte Oliveto, i vini di molti monasteri, anche se per leggi sanitarie (che per la loro produzione sarebbero troppo onerose) alcuni vengono imbottigliati nelle cantine dei consorzi. Una ripresa ormai divenuta famosa è la prima birra monastica italiana: la Cascinazza. I monaci di del monastero di San Pietro e Paolo (nei pressi di Buccinasco, Milano), ricordando le tradizioni dei monasteri in tema di birra, hanno scelto di dedicarsi alla produzione seguendo le orme di famosi “colleghi” francesi e belgi. In fondo fu proprio all’interno dei monasteri benedettini che, grazie al perfezionamento del metodo di produzione e all’aggiunta del luppolo la birra poté essere prodotta su vasta scala e trasportata. Il luppolo poi compare per la prima volta come ingrediente della birra in una carta dell’abbazia benedettina di Saint-Denis in Francia, nel 768. La nuova birra viene prodotta secondo la tradizione birraria belga utilizzando la tecnica e i processi produttivi delle birre trappiste. Il piccolo birrificio è totalmente gestito dai monaci, che controllano la qualità del prodotto dalle materie prime (acqua, malto d’orzo, frumento, luppolo e lievito) alla preparazione del mosto, dalla fermentazione all’imbottigliamento. La Cascinazza Amber, è una ambrata ad alta fermentazione (6,4 gradi), non filtrata, non stabilizzata né pastorizzata.

Ma sono tanti i casi che potrei citare, ma la cucina è nella nostra tradizione, nei nostri detti, per esempio, "Mangialo che ti fa bene", si dice ai bambini. Eppure crescendo si perde questo legame cibo-medicina. Oggi si parla spesso di diete, alcune “miracolose”. Ma a cosa servono, se poi la qualità dei cibi è bassa, se la presentazione dei piatti non esiste? Che si mangi spesso cibi poco appetitosi, per giunta freddi, per cui il convivio giornaliero invece di essere motivo di soddisfazione è causa di delusione e di tristezza. L'alimentazione non è solo un efficace fonte di benessere ma anche un potente psicofarmaco, se riesce ad introdurre piacere nelle nostre esistenze. Il cibo è una sorta di medicina solo se è buono. Intendo buono al gusto, buono alla vista.

La cucina dei Monasteri, è stata il modello della cucina di comunità in strutture posteriori che anche nell'architettura si ispiravano al modello dei Monasteri. Nei secoli cosidetti "bui" sotto il profilo della ristorazione collettiva non rimandano però al Medioevo, ma all'Ottocento e al Novecento. È soprattutto nell'Ottocento che si diffonde la fama negativa che le cucine dei collegi e per estensione delle comunità siano di una tale schifezza che solo il baldo appetito dei ragazzi può sopportare. La cultura gastronomica è molto fortunatamente cresciuta in questi ultimi anni, per la ricerca di una più alta qualità della vita, per l'ambizione di riscoprire le proprie radici anche nell'ambito dei piatti di tradizione e dei vini cantati da poeti in vernacolo e lingua, per la consapevolezza sempre più avvertita che la gastronomia, prima di essere un fatto economico, è un aspetto culturale della vita, perché la buona cucina è la via più diretta per mantenere la buona salute, senza dannosi effetti collaterali.

Vorrei ricordare che il Medioevo del XII-XIII secolo ha costruito mille cattedrali oltre a due-tre mila monasteri e ancora parecchie chiese. E' interessante chiederci, d'altra parte, perché in tutti i libri di storia, nei testi per le scuole ecc., i secoli del medioevo siano stati negletti, abbandonati, tralasciati e dimenticati. La cosa la si può spiegare in termini socio-storici. La borghesia del secolo scorso, che voleva legittimare il proprio regno e potere, che era arrivata al potere dopo la rivoluzione francese, doveva naturalmente denunciare tutto ciò che da vicino o da lontano rappresentava questa presenza del passato. Ecco un motivo che mi fa dire che il medioevo è presente tra di noi: il cibo. Avete mai pensato al fatto che l'unica civiltà che abbia adottato come cibo tutto ciò che ha incontrato nella sua tempestosa storia, dal caffè al pomodoro, dalla patata al tè, e si potrebbe continuare l'esempio all'infinito, è la nostra? Ancora una volta pongo la domanda, perché? Noi abbiamo scoperto il mondo nel XV-XVI secolo e praticamente abbiamo adottato tutto ciò che era possibile mangiare e bere. Perché? I motivi li conosciamo. Quando Cristoforo Colombo e compagni - che certo non erano dei chierichetti, era della gente un po' incolta, rustica - arrivarono nelle Antille, scoprirono un sacco di cose: il mais, la patata e anche il modo di lavarsi - perché bisogna confessare che sono le donne indiane che hanno insegnato agli spagnoli a lavarsi. Ovviamente hanno fatto un passo indietro, si sono spaventati, c'era una forma di conservatorismo davanti a questi prodotti nuovi ed ecco che torna anche qui ciò che dicevo poc'anzi: "e Dio vide che ciò che aveva fatto era buono". I missionari che sono lì dicono: "no, no, è offerto agli uomini da Dio, non può essere veleno, potete provare, potete mangiare, mangiate e portano a casa le patate, il mais, i fagioli. Sono i religiosi che li hanno portati in Europa perché hanno fiducia in Dio. Dio non può ingannare gli uomini, Dio ha creato tutto ciò per gli uomini. Se c'è una civiltà che mangia di tutto, che è aperta a tutto, che ha diffuso ovunque nel mondo le buone e le cattive abitudini, ebbene è la nostra, nel bene e nel male.

S. Papamalfi