facciata e Croce

Abbazia 

059 223 136

Parrocchia

059 214 016 

Antica Spezieria Monastica

059 455 8978

Amici dell'Abbazia

Oblati

Masci
ritorno alla pagina iniziale  
line decor
  aggiornato il 29 Novembre, 2008
 
   
 

Jacopo Cavedone


Jacopo Cavedone fu celebre pittore. Nacque nel 1577 a Sassuolo ove il padre si era trasferito da Modena al seguito di Domenico Carnevali, incaricato di affrescare alcune stanze della rocca dei Pio. Avendo mostrato spiccata tendenza per la pittura, ottenne dalla comunità di Sassuolo un piccolo sussidio per recarsi a Bologna a perfezionarsi in quell’arte. Il Tiraboschi(1) riporta il testo della supplica indirizzata ai “Magnifici Signori” da “Maestro Pellegrino Pittore” il quale, “desiderando che Giacomo suo figliuolo impari l’arte della pittura, nella quale già si conosce dover fare buona reuscita, quando gli sia insegnata da qualche valent’huomo, e dall’altro canto vedendosi così povero, che non potrebbe mantenerlo fuori di Sassuolo delle cose necessarie” chiede che “come padri della patria sua voglino soccorrerlo d’aiuto bastevole a mantenerlo in Bologna per due o tre anni per impararvi la detta arte”. A Bologna alla scuola dei Carracci il giovane Cavedoni si distinse ben presto sugli altri discepoli: “un giorno trovandosi egli col Tiarini, questi che vide il Cavedone aver già finiti due disegni, mentre egli appena ne avea compiuto uno, con giovanile trasporto glieli trasse a forza di mano, e stracciolli; ed essendosene il Cavedone fanciullescamente vendicato con un buon pugno, ne ebbe la sera seguente dallo sdegnoso Tiarini un tal colpo di bastone, che andossene col capo rotto” (Tiraboschi).

A Bologna il Cavedoni trascorse praticamente tutta la sua lunga vita, ove si eccettuino un soggiorno a Venezia nei primi anni del ‘600 per studiarvi i pittori veneti e in particolare il Tiziano, ed una breve permanenza a Roma nel 1610, ove era stato invitato da Guido Reni a collaborare agli affreschi nella cappella dell’Annunciata al Quirinale e i San Gregorio.

A Bologna il pittore sassolese si fece grandemente apprezzare e ottenne numerosi e importanti commissioni, dagli affreschi nel chiostro di San Michele in Bosco, ove collaborò con il suo maestro Ludovico Carracci (1604) agli affreschi della chiesa di San Salvatore (1622 e segg.). Nel 1624 il Cavedoni “dipingeva sopra un alto ponte i quattro dottori, che tuttora si veggono nella chiesa di S. Salvadore a fresco … quando rottosi all’improvviso il ponte, e caduto egli a terra ne restò sbigottito e turbato per modo, che più in lui non si scorse quel brio, che animavane le pitture” (Tiraboschi). Ma le disgrazie non erano finite: la moglie fu colpita da una lunga e grave malattia che turbò ancor più la mente, già scossa, del pittore; e nel 1630, nello spazio di meno di due mesi morirono di peste i figli Carlo e Antonio Maria, la figlia Maria, la moglie, ed infine l’ultimo figlio rimastogli, Giovani Battista. “A tante disgrazie non resse il misero Cavedone – cito ancora dal Tiraboschi – Avvilito, confuso, abbattuto più non conosceva se stesso. Richiesto a dipingere pareva averne dimenticato l’arte, e se pur concepiva belle e pregevoli idee, la destra gli ricusava il consueto ufficio, e non trovava modo ad esprimerle con quella vivacità e maestria, che gli era familiare in addietro”. Non potendo più lavorare, il maestro dopo aver dato fondo ai risparmi, fu costretto a vendere la casa che possedeva in Bologna e ben presto si ridusse in miseria tanto da dover chiedere l’elemosina. “Spettacolo veramente compassionevole – scrive sempre il Tiraboschi – Vedere un sì rinnomato Pittore aggirarsi mal in arnese per le vie di Bologna, e Vergognoso e confuso cogli occhi bassi e molli di lagrime chiedere per pietà a’ passaggeri qualche soccorso. Avvenne un giorno, che sfinito di forze, anche per l’età ormai cadente, e più non potendosi sostenere, lasciossi cadere su un picciol muro presso la chiesa di S. Domenico, nel qual misero stato veduto da un cittadino, che ne ebbe pietà, fu da lui condotto a casa, rivestito e pasciuto. Ma non molto dopo uscito da quella casa, … caduto nuovamente a terra, e trasportato in una vicina stalla, ivi l’anno 1660 diè fine insieme al vivere e al patire”.

Ma maggior parte delle opere del Cavedone si trova a Bologna: ricordo la Madonna in gloria con i santi Alò e Petronio, dipinta per la chiesa di Santa Maria della Pietà, rubata dalle truppe francesi all’epoca napoleonica e trasferita al Louvre, fu poi restituita nel 1815 ed è conservata oggi nella Pinacoteca; è considerata il suo capolavoro. Varie altre tele ed affreschi sono nelle chiese bolognesi di San Paolo, San Benedetto, San Salvatore.

Un catalogo assai preciso delle opere del Cavedoni si trova nella monografia di Matteo Schenetti (Giacomo Cavedoni. Il principe degli artisti sassolesi. Milano, 1968).

La Galleria Estense di Modena custodisce due pregevoli tele del Cavedone: la Maddalena e Re David. Nella basilica di San Pietro si trova un bellissimo Battesimo di Cristo (oggi conservato in una stanza del monastero).


  1. B.M. tomo VI.